

135. La parabola di Crispi.

Da: A. De Bernardi-L. Ganapini, Storia d'Italia. 1860-1995, Bruno
Mondadori, Milano, 1996.

L'opera di Francesco Crispi, ex garibaldino ed ex mazziniano,
convertitosi poi alla monarchia, ha suscitato vaste polemiche e
giudizi contrastanti, come evidenziano in questo brano gli storici
italiani Alberto De Bernardi e Luigi Ganapini. Essa infatti 
stata in alcuni casi considerata come precorritrice dell'impero
mussoliniano, e in altri come frantumatrice della tradizione
liberale. In realt le scelte di Crispi, bench venissero
accostate a quelle di Bismarck, ben si accordavano con il
carattere autoritario e centralizzato dello stato postunitario.
Una tale politica scaturiva comunque dall'appartenenza dello
statista siciliano ad una corrente di pensiero favorevole al
rafforzamento dello stato, presente in alcuni intellettuali
meridionali, come Francesco De Sanctis. Squarci riformisti non
mancarono tuttavia nella sua attivit governativa. Cos, se da un
lato Crispi lasci sostanzialmente intatta la legislazione
sull'ordine pubblico dello Statuto albertino, che consentiva la
discrezionalit nella repressione delle manifestazioni pubbliche,
dall'altro promosse riforme di carattere liberale, come
l'introduzione del nuovo codice Zanardelli, che contemplava
l'abolizione della pena di morte, e la legge sull'ordinamento
comunale e provinciale, che permetteva in molti comuni l'elezione
diretta dei sindaci. In seguito, le ambizioni espansioniste di
Crispi, aggravando pesantemente il disavanzo del bilancio statale,
portarono fatalmente alla caduta del suo governo.

Un vecchio lupo che succede a una vecchia volpe, come scrisse
P. Vigo, cronista di fine Ottocento: questa la successione di
Crispi a Depretis, nel 1887. Cospiratore mazziniano, convertito
poi alla monarchia, oppositore di Depretis all'interno della
sinistra e poi ministro nell'ultimo governo Depretis, Crispi  un
uomo politico che ha suscitato odi ed entusiasmi, e la cui opera
ha alimentato miti tra loro opposti. Da una parte  stato esaltato
dalla storiografia nazionalista e fascista come il precursore
dell'Italia imperiale di Mussolini, e dall'altra deprecato come
colui che interrompe la tradizione liberale introducendo nella
gestione dello stato metodi e strumenti di stampo autoritario.
La successione di Crispi a Depretis nel 1887 avvenne nel contesto
del maturare di contraddizioni che si erano delineate negli anni
precedenti: dal piano della politica internazionale la frattura
con la Francia si rifletteva anche sull'economia, sotto la
pressione della congiuntura mondiale caratterizzata dal tracollo
dei prezzi del grano. Ne veniva sollecitato l'avvio di una
politica doganale protettiva i cui benefici si riversavano su un
incrocio di interessi in cui convivevano la grande propriet
agraria meridionale (latifondista e assenteista), gli industriali
settentrionali, gli armatori, l'impresa agraria del Nord
capitalisticamente avanzata. Questa coalizione (cui  stata
applicata la definizione di "blocco agrario-industriale")
esprimeva anche esigenze di ammodernamento e sviluppo, di
razionalizzazione dell'apparato amministrativo e statale, nonch
esigenze di disciplina nazionale finalizzata a una maggiore
capacit produttiva che pi tardi entreranno a far parte
dell'ideologia del nazionalismo. Essa suscitava d'altra parte
forti resistenze presso i proprietari terrieri esportatori (nel
Meridione i produttori di olio, generi ortofrutticoli, vino
eccetera), presso alcuni settori industriali (i metalmeccanici)
danneggiati dal protezionismo che favoriva la siderurgia; e
soprattutto, con l'inasprimento delle condizioni di vita di vasti
settori popolari, provocava un'accelerata crescita organizzativa e
politica delle forze dell'estrema e allarmanti mobilitazioni delle
masse sia sui temi di politica interna sia su quelli di politica
estera.
Di fronte all'incalzare di questi problemi Crispi si present come
l'autoritario assertore della necessit di un deciso
ammodernamento dell'amministrazione dello stato per far fronte al
crescente malessere delle masse popolari, verso le quali non
risparmi l'uso della pi aperta repressione; al contempo egli
port a compimento la svolta protezionistica, accogliendo le
sollecitazioni dei settori pi dinamici dell'industria, come passo
necessario al consolidamento della posizione internazionale
dell'Italia. E proprio grazie a questi motivi concomitanti egli,
nel solco della tradizione autoritaria dello stato postunitario,
riusc a essere l'artefice di un blocco dominante che sopravvisse
alle sue personali fortune politiche.
La formazione di Crispi, siciliano di origine ma estraneo alle
aspirazioni autonomistiche e anzi animato da un forte e
appassionato intento unitario, fu compiuta nell'ambito della
tradizione giuridica del pensiero meridionale (quella che era
stata rappresentata dagli Spaventa e da De Sanctis) [Bertrando e
Silvio Spaventa, filosofi l'uno e politico l'altro; Francesco De
Sanctis, critico letterario e politico], di cui  possibile
rilevare l'influsso nell'opera di rafforzamento dello stato
centrale. Tra i primi obiettivi perseguiti nella sua azione
riformatrice vi fu quello di perfezionare sotto il profilo
giuridico la prassi consolidata di utilizzare il prefetto quale
tramite tra potere esecutivo centrale e amministrazione
periferica, sottolineandone in questo modo la funzione politica.
Fall invece il pi tardo tentativo (1891) di dividere il regno in
distretti ciascuno dei quali affidato a una sorta di
"superprefetto" residente nelle maggiori citt. Sul primo punto
egli godette dell'appoggio di una larga maggioranza, in cui
rientravano anche significativi esponenti della destra storica;
sul secondo tema dovette misurarsi con un'opposizione che
riluttava a indebolire in modo eccessivo le autonomie locali. Essa
era sostenuta dalla convergenza delle antiche posizioni
democratico-risorgimentali (favorevoli alle autonomie), con le pi
recenti forme di aggregazione di stampo clientelare, che in un
ordinamento accentrato individuavano un ostacolo al loro stesso
potere.
Crispi si muoveva su questa strada anche per gli orientamenti
"giacobini" maturati nel corso delle sue esperienze risorgimentali
e per la convinzione che fosse compito storico della borghesia
laica e progressista italiana unificare le varie istanze del
paese. L'indirizzo autoritario crispino, pur presentando analogie
con il tipo di regime realizzato da Bismarck, ben si accordava al
carattere centralizzato dello stato postunitario e realizzava
quindi una sostanziale continuit politica e istituzionale, sotto
il segno del rafforzamento del potere esecutivo.
In una direzione per alcuni aspetti liberale si mosse l'emanazione
del nuovo codice penale (che port il nome di Zanardelli e che
rimase in vigore dal l890 al l930): esso conteneva elementi
progressisti e civili, quali l'abolizione della pena di morte, e
tuttavia confermava i limiti dello Statuto albertino, non
riconoscendo esplicitamente il diritto di associazione e
limitandosi a contemplare la libert dello sciopero "pacifico".
Fortemente riduttivo rispetto a una prassi liberale era l'uso dei
concetti di "violenza" e di "minaccia". Essi erano applicati
soprattutto per circoscrivere la libert delle pubbliche
manifestazioni dell'opposizione e soprattutto delle classi
popolari; consentivano un intervento delle autorit di pubblica
sicurezza (il cui codice fu emanato nel 1889) largamente
discrezionale e subordinato al potere politico. Ebbe un
significato innovativo e per certi aspetti decentratore la legge
sull'ordinamento comunale e provinciale (1888), che cerc di
muoversi tra esigenze di autonomia e volont di controllo
centralizzato: essa prevedeva l'elezione del sindaco (amovibile
dall'autorit centrale solo per i casi previsti dalla legge) e del
consiglio provinciale, dotato ora di pi ampie autonomie. Inoltre
il suffragio amministrativo venne esteso a tutti gli alfabetizzati
con un limite censuario di 5 lire, cosicch i votanti passarono da
2 a 3,5 milioni. Anche in questa legge tuttavia (forse la pi
importante dell'opera riorganizzatrice crispina) gli elementi di
decentramento e di autonomia risultarono soffocati dal sistema dei
controlli sugli atti dei comuni, che passarono dalle mani del solo
prefetto a quelle di una giunta provinciale amministrativa, in cui
il prefetto stesso e i consiglieri di prefettura avevano un peso
determinante.
Anche sul terreno della politica sociale Crispi si tenne fermo a
criteri centralizzatori, delineando una struttura burocratica
destinata ad assolvere compiti di tutela della salute e di
assistenza pubblica (codice di igiene pubblica del 1888 e leggi
sulle istituzioni di beneficenza del 1890). Il richiamo al modello
bismarckiano, dunque, come sistema che univa tendenze autoritarie
e tutela sociale sembra in questo caso legittimo. Dal 1889 Crispi
prese a sottolineare con grande enfasi l'importanza e la necessit
di una pi decisa politica sociale, indicandola al Parlamento come
il mezzo pi adatto per il recupero delle classi inferiori alla
compagine dello stato nazionale, ma il complesso delle iniziative
da lui assunte risult troppo al di sotto delle affermazioni di
principio per dare risultati significativi.
Il peso delle ambizioni espansioniste, che comportavano tra
l'altro un considerevole aumento delle spese per l'esercito,
provoc in quegli anni un riacutizzarsi della questione
finanziaria. Crispi aveva in realt ereditato dai governi Depretis
un disavanzo dello stato e una cattiva gestione delle finanze
pubbliche che erano state parte del sistema di potere della
sinistra. Il sistema bancario, con l'incoraggiamento del governo,
aveva svolto una politica di "denaro facile" che aveva coperto,
con un'apparenza di prosperit (fondata sui debiti), la gravit
della situazione. Il problema esplose alla fine degli anni ottanta
per cause diverse e tra loro concorrenti. La crisi edilizia, in
primo luogo, segn la fine di un periodo eccezionale di
speculazione immobiliare, soprattutto a Roma. Le conseguenze
furono che il sistema creditizio (non pi sorretto dalle banche
francesi a causa della guerra commerciale tra i due paesi) ricorse
tra l'altro ad aumenti abusivi della circolazione e a irregolarit
nella gestione di alcuni istituti bancari. Inoltre bisogna
considerare la depressione dell'economia mondiale che si riverber
sulla gracile struttura produttiva italiana. In questo quadro
l'incremento del disavanzo del bilancio dello stato divenne il
maggior cruccio del governo e della classe dirigente fino a
coagulare contro Crispi un'opposizione che lo costrinse alle
dimissioni il 31 gennaio 1891.
